Un problema di “attenzione”

La nostra ATTENZIONE  è talmente dispersa che c’è bisogno di allenarla perché sia contenuta nel “corpo”;  è in questo che consiste l’autentico qui ed ora, il ricordo di sé o “presenza”. E sì, perché “sentire” il corpo, portandoci l’attenzione, equivale a realizzare un certo grado di “presenza”. Solo alla luce di questo si rendono necessarie tutta una serie di misure, note col nome di pratiche, esercizi, discipline, tentativi, etc… atte, in definitiva, esclusivamente ad ancorare la nostra attenzione nel corpo. Il corpo è il luogo della concentrazione di tutta la nostra esistenza, della concentrazione della nostra energia vitale, se la nostra attenzione va altrove, lentamente finiamo per dissiparlo, per consumarlo, per consumarne la forza vitale.
Si, perché dove è la nostra attenzione lì sarà la nostra “energia”, la nostra vitalità, e senza che, in qualche modo, possiamo reintegrarla questa “energia”, si perde. Questo ci consuma. Ecco perché le emozioni alla fine ci logorano. Spostano la nostra attenzione fuori di noi stessi, fuori dal luogo della concentrazione della nostra esistenza, il corpo. Il corpo non esiste gratuitamente, esiste e rimane in vita grazia ad una certa attenzione che noi gli rivolgiamo, di modo da caricarlo continuamente di nuova linfa. Intorno a noi ci sono certe “qualità” che possono essere assorbite per espanderci, rivitalizzarci, etc… ecco perché certe pratiche yogiche o similari funzionano. Assorbimento; invece che dissipare, assorbiamo. Semplice da capire. Quando la nostra attenzione divaga noi disperdiamo le nostre risorse, disperdiamo un certo quantitativo di vitalità, di “energia vitale”, si direbbe in certe scuole; questo perché, come ho già detto – «dove è la nostra attenzione, lì saranno od andranno le nostre “energie”, la nostra forza, la nostra vita».
Questo è un punto centrale in questo lavoro: dove va la mia “attenzione”? Il problema della presenza è secondario. Noi arriviamo alla “presenza” per mezzo dell’attenzione, anzi, per meglio dire, la “presenza” è un effetto “collaterale” del fatto che abbiamo imparato a dirigere la nostra attenzione, ad esempio, sul corpo, su una certa particolare sensazione del corpo, estremamente difficile da descrivere, ma che, sperimentata, ci rende coscienti di cose che adesso ignoriamo, è una sensazione che sperimentano coloro che provano ad usare o rivolgere la loro attenzione, che equivale a dire il proprio pensiero, la mente, proprio sul corpo.
Nel farlo questi individui scoprono che possono farlo solo per pochi istanti, e che esistono tutta una serie di attività, comportamenti, pressoché automatici, che interferiscono con un normale e naturale funzionamento della loro attenzione.  Scoprono anche che però promuovendo questo intento lo rendono “ripetibile”. La ripetibilità è possibile solo se mi rendo conto che esiste il “fenomeno” e che ho un “problema”, che risiede nella mia condizione di vita o psicologica, di servitù, che mi induce a sperperare tutte le mie risorse invece di usarle in modo coerente. Ecco perché, appunto ed allora, l’autosservazione funziona, perchè ci disponiamo ad osservare con attenzione dove di solito non guardiamo, ovvero, dentro. Tra l’altro anche quando siamo convinti di stare osservando il mondo potremmo o non potremmo renderci conto che non lo stiamo “guardando”. Ci sono dettagli nella nostra vita che ci sfuggono perché vengono puntualmente rimossi dalla programmazione ricevuta attraverso il condizionamento o la prima educazione.
Ogni volta che portiamo l’attenzione su di noi invece che esclusivamente fuori di noi permettiamo la ripetibilità del fenomeno, che passa per la sensazione di cui sopra. La conseguenza di questo atto è la presenza e la scoperta che né gli altri, né le circostanze sono a noi avverse o favorevoli, ma che in realtà esistono, punto. Apriamo gli occhi e lo sguardo ad un mondo diverso, più colorato, proprio come accadrebbe con un televisore Full HD invece che al plasma. La definizione dei dettagli aumenta e percepiamo; potremmo anche vedere cose che fino ad oggi c’erano, ma non vedevamo. Una maggior attenzione verso il corpo porta ad una migliore visione dei dettagli. Potremmo allora anche renderci conto che, ad esempio, gli altri o le circostanze cambiano, smettono di essere le concause della nostra miseria e mancanza di energia, o di attenzione, o considerazione. Ho cambiato il modo di vedere le cose. Le cose sono sempre le stesse ma le percepisco e capisco in modo differente, senza il filtro dei miei pregiudizi, concetti, descrizioni o peggio credenze.
Quando vediamo che l’attenzione “attiva” si perde in certe forme di passività, l’importante, almeno sulle prime, è evitare di tentare di fare “qualcosa”, questo nel tentativo di capirci qualcosa di più sul fenomeno in atto, sarebbe meglio restarne “davanti” e semmai “soffrire” per quello che vediamo, per la nostra inadeguatezza, per la nostra mancanza di Coscienza, passata e presente.
Per “soffrire”, ed è per questo che l’ho messo tra virgolette, si intende evidentemente “capire”, si intende “comprendere”, “rendersi conto” di qualcosa che fino a quel momento ignoravamo che esistesse. Si tratta di una “presa di coscienza” necessaria che ci produce una certa “amarezza” e conseguente bisogno di porre rimedio. E’ grazie alla predisposizione all’osservazione che la “realtà” su noi stessi, sulla nostra condizione di incoscienza, di inconsapevolezza, di “condizionamento”, emerge. Capiamo che le cose sono diverse da come ce le crediamo e ce le hanno raccontate. La “coscienza” ha questa grande qualità di renderci “reali”. Ma può essere esercitata solo se ci impegniamo a ridirigere la nostra attenzione in modo attivo verso quello che stiamo facendo, sentendo, odorando e soprattutto pensando, mentre siamo sottoposti a certe condizioni esteriori. Questo non è un allontanarsi dalla realtà o dagli altri o dalle circostanze, ma semmai è un entrata a pieno titolo in quello che ci sta accadendo, perchè stiamo imparando a contemplare tutti i valori in campo, non solo i nostri preconcetti o gli eventi esterni. E’ in questo che consiste il conoscere se stessi.
E’ la “visione” alla quale siamo giunti e pervenuta a noi, grazie ad una “presa di coscienza”, a produrre una nuova “conoscenza” di noi e di certi meccanismi (“nosce ipsum” o “temet nosce”). E’ così che giungiamo ad un aumento della consapevolezza: una presa di coscienza dopo l’altra. Ecco perchè dico che l’idea di “risveglio” porta in se un inganno se lo fissiamo in termini assoluti. Risveglio è “prendere coscienza” e la coscienza è una qualità che si ha o non si ha, che si è o non si è, non è qualcosa da risvegliare, ma da mettere in “atto”, da azionare o da cercare ed eventualmente “sviluppare”, o semmai da tenere sveglia; tutto passa sempre per un lavoro specifico. Il grado di attaccamento, di assuefazione e di dipendenza dai sistemi del mondo è sicuramente un ulteriore “handicap” nella ricerca di una “presa di coscienza”. Il problema è che nessuno sa realmente chi è, o cos’è; nonostante questo permettiamo comunque ad altri o a qualcos’altro di dircelo.
E’ un po’ come quando, tanto per usare la metafora di matrix, Neo sta andando dall’Oracolo e parla del posto dove mangiava tutti i giorni, e si rende conto che ha vissuto un “illusione”. Trinity risponde che matrix non è in grado di dirgli chi è, proprio come certe idee e descrizioni che impariamo presto a fare nostre. Su queste idee costruiamo altre idee ed anche quando incontriamo un lavoro di scuola lo interpretiamo alla luce delle idee pregresse. Ecco perché è così importante capire come ha funzionato l’educazione e quali schemi comportamentali oggi determina, per poi liberarcene. Come? Con una nuova visione o mappa direbbe qualcuno altro, una mappa che si costruisce con una “presa di coscienza” dopo l’altra, non possiamo acquisire tutto per acqua fresca perché così non capiamo, cambiamo solo le foto nella stanzetta, ieri c’era Simon Lebon oggi ci metto la foto di sri “quello che vi pare”, o del maestro x, y,z. Sempre nella stessa scena infatti Neo replica stizzito, stufo di essere ingannato, – “l’Oracolo, invece sì?!” – A quel punto Trinity cerca di fargli capire che si tratta di un altra cosa ed in realtà lo è un altra cosa.  L’oracolo non è una persona fisica, non è nemmeno un maestro o un insegnamento e non è nemmeno una guida come la possiamo immaginare noi.
Nella metafora ella è la “conoscenza” di sé. Un programma intuitivo per lo studio del comportamento umano, dirà l’architetto di matrix; e non a caso sulla porta della sua cucina (altro potente simbolo alchemico del film, la cucina è il luogo dove c’è il forno ed il lavoro di trasformazione di sé) come nel tempio di Delphi, c’è scritto “temet nosce”, ovvero, conosci te stesso. La vera “conoscenze” perviene attraverso un azione della coscienza, che puoi avere o non avere. Le scuole dovrebbero essere luoghi dove praticare, dove apprendere le informazioni necessarie per restare abbastanza traumatizzati da prendere quella giusta coscienza che ci serve per capire cosa stiamo combinando nella nostra vita, un luogo dove incontrare persone affini con cui confrontarsi e crescere, non il luogo delle frasi fatte, delle citazioni, degli assoluti, delle regole e delle verità incontestabili, o, peggio, della venerazione incondizionata di maestri a vario titolo. Ma torniamo al “lavoro” che è la parte più interessante dell’informazione.
Noi, inteso come quello che ci crediamo essere oggi, quello che ho chiamato appunto, l’umano, l’idea che abbiamo di ciò sia l’uomo cioè, dobbiamo solo poterci predisporre affinché essa, la coscienza, se c’è, si possa esprimere. Non è l’umano infatti a fare il lavoro di comprensione, altrimenti non c’è “lavoro”. Questo perchè l’umano ha imparato a identificarsi con l’ego e quando c’è ego, c’è solo separazione, c’è giudizio, c’è morale, c’è la regola, forse ci sarà anche il “buon comportamento”, ma non è detto che ci sia la “presa di coscienza”. L’unica autentica predisposizione di cui disponiamo è la predisposizione ad “osservare” i fenomeni, sapere che c’è e iniziare ad osservarli, aspettando che la coscienza o anima si renda conto di quello che sta osservando, aspettando che abbia la sua illuminante intuizione. E’ in questo che consiste la “comprensione”. Ecco perché l’auto osservazione equivale ad auto guarigione; quando capisco, so, e quando so, sto meglio, la conoscenza è portatrice di un “benessere”, ecco perchè, almeno intellettualmente ci è stata tolta, ci sono state tolte le chiavi di lettura e la pratica per appropriarcene. L’ignoranza è dolore e porta ad ammalarci, porta schiavitù e dipendenza dagli altri e dai sistemi; sistemi, che pare facciano il bene comune, ma fanno solo gli interessi del proprio “centro di potere”, il vertice di una piramide. 
“Lazzaro”, altra potente analogia della condizione umana, nei vangeli è un lebbroso resuscitato dal Cristo, che non è un individuo, ma la “coscienza”. L’atto del resuscitare è la “presa di coscienza” di essere morti dentro, di essere schiavi, … la condizione di “lebbrosi” è la rappresentazione del nostro corpo energetico, vitale, martoriato a causa della manifestazione delle emozioni negative, del malumore, dell’odio, dell’attenzione rivolta in cose diversa da quello che è il centro della nostra vita, la coscienza di sé. Ci stiamo buttando via e non ce ne rendiamo più conto e ci siamo anestetizzati per non sentirne più il “dolore”.  Guardate! Una persona che è ribelle a questo mondo non gli resta che darsi alla pazza gioia, bere, fumare, farsi di stupefacenti, ed altro di simile. Oggi giorno questa cosa si è estesa a tutti gli altri, ma questo è un altro piano di intervento strutturale. Un cretino è più facile da controllare. 
La felicità tante volte è solo apparente, anche perchè non si spiegherebbe come mai ognitanto ci infuriamo. Trattandosi di un falso, appena qualcosa va storto, appena qualcosa non va secondo le nostre aspettative, diventiamo infelici, perdiamo quella apparente felicità, che quindi non era vera. La semplice “presa di coscienza” di questo ci permette di smettere di farci inutili illusioni. Con questo non significa che l’autentica felicità non esista, non esiste nel nostro concetto, o secondo un concetto polarizzato che ci è stato passato. La vera felicità è “assenza di odio”, ed è, anche questa, un’altra sottrazione, non qualcosa da aggiungere, ma qualcosa che è stato tolto ed adesso permette l’espressione del reale che c’è. L’idea stessa di “ricerca della felicità” è a sua volta un inganno, implicitamente stiamo affermando che adesso non lo siamo, non lo siamo, siamo insoddisfatti, ma questo senso di insoddisfazione è prodotto ad oc.
In questo ordine di credenza è evidente che indugiare nella “felicità” di oggi, significa produrre “dolore” domani. Guardate che è facile da capire. Se divido il mondo in bene e male, a seconda delle condizioni che si vengono a produrre nella mia vita, sarò felice od addolorato a prescindere dall’oggettività dei fatti. Felice se la cosa è bene per me, se mi soddisfa, ed anche qui dovremmo domandarci chi realmente si avvantaggia di questo, se noi od il nostro parassita, addolorato se la cosa è male,  quindi sempre dal punto di vista del mio egocentrismo. Bene e male dipendono dalle mie aspettative e dal processo di condizionamento che ho ricevuto. Se la pianto di divide il mondo in bene e male quello che accade, accade, questo perché sta già accadendo.
Questo non significa non agire, significa “vedere”, significa capire, significa sapere cosa diavolo sta realmente accadendo. Se guardo tutto con la lente dei miei concetti tutto quello che mi resta è essere d’accordo o no, essere felice od addolorato; invece il meglio sarebbe essere “coscienti” e quindi capire. Ci sono gradi nella presa di coscienza della propria condizione, e di solito sapere del problema non è sempre sinonimo di esserne fuori. Questa sicuramente è la più pericolosa delle “illusioni”. Personalmente cerco di stare in campana. So che non tutto quello che mi controlla è in superficie. Senza un lavoro specifico e continuato sulle nostre parti in ombra, è facile crearsi false illusioni e pensarsi liberi, quando non lo si è. Se quando vado a letto “sogno” questo è un sintomo di quello che sto dicendo.
L’anima, qualsiasi cosa questo significhi, può essere liberata, ma bisogna sapere come. Se la mia vita è disseminata dalle manifestazioni dell’ego, e il fatto che uno ha collera è un sintomo di questo, significa che ha ancora da venire la vera libertà. La “collera” si genera o è stata generata da almeno 4 fattori: frustrazione (dovuta alla condizione di impotenza che si vive), paure, dubbi e sensi di colpa, che sono tutte conseguenze della nostra schiavitù personale. Siamo parassitati dai nostri stessi “io”, essi si nutrono dell’energia delle nostre emozioni e non ci danno niente in cambio, anzi ci lasciano spompati e delusi, quando svaporati ed illusi. Ci sono cose che non vediamo, non perchè non esistono, ma perchè ne ignoriamo l’esistenza, questo perchè la “mente” rimuove tutto quello che non siamo in grado di classificare, ecco perchè tocca passare anche per un tipo di istruzione, o meglio informazione, che ci permette di cambiare la mappa che abbiamo depositato in testa e con cui descriviamo l’esistenza ed il mondo.
Se certi “elementi”, che per comodità abbiamo chiamato ego, aggregati, o “interferenze”, ancora aleggiano nella nostra psicologia, è bene agire con le dovute cautele. C’è un pericolo nel pensarsi fuori dal problema quando no lo si è. L’anima, la parte reale, liberata conduce una vita completamente differente da quella che sperimentiamo di solito. Prendere la “pillola rossa” serve esclusivamente a “prendere coscienza” che c’è un lavoro da operare, questo per poter al fine vedere quanto è profonda la tana del “bianconiglio”, che è ancora una volta il nostro inconscio, luogo in ombra, dove abbiamo ficcato ed imprigionato, in condizionamenti ed attaccamenti egoistici, la nostra vera “essenza”. Capire cosa essa sia e se ne siamo in presenza è un bel problema, visto che tendiamo a crederci più di quello che siamo ed a non valorizzare quello che invece dovrebbe esserlo.
Attenzione, molto dipende da questo. Grazie a come utilizzo la mia attenzione posso imparare a vedere il fenomeno e provare a trarne, da solo, i conseguenti aggiustamenti. Posso fare gli adeguati collegamenti con le informazioni ricevute, ma se quelle informazioni le prendo per buone senza passarle al vaglio della riflessione interiore sto creando altre nuove credenze, che come tali mi offuscano invece che chiarirmi. Sulle prime forse è utile indirizzarla nell’osservazione di certe specifiche manifestazioni, per poi estendere l’abilità verso le altre o verso l’ego. Potremmo ad esempio, indirizzare la nostra attenzione su i seguenti 6 semplici modi con cui noi disperdiamo la nostra energia fuori, consumandoci e svuotandoci, privandoci di una risorsa vitale che potrebbe essere impiegata diversamente.
*Immaginazione, di solito negativa (la preoccupazione ne è un aspetto), il *Mentire (anche involontario), non dare falsa testimonianza si riferiva proprio a questo, cioè al non dare falsa testimonianza di sé. Un’altra “brutta” bestia è l’*Espressione delle Emozioni Negative, che non vanno represse ma comprese di modo da giungere e scegliere consapevolmente la non espressione. Ed ancora, l’*Identificazione con circostanze, eventi o cose, o la *Considerazione, che è un vero bisogno di attenzione da parte degli altri; la considerazione è un modo di predargli l’energia, lo facciamo lamentandoci, auto commiserandoci,  correggendoli, o cercando di attirarne la loro attenzione o considerazione attraverso la simpatia o la sessualità. C’è poi il *Parlare Inutile,  inteso come la chiacchiera continua che usa il pensiero associativo che ci distrae e ci consuma al punto da avere mal di testa. Approfondiremo, comunque, più avanti ognuna di queste manifestazioni. .. Forse!
Quando capisco ed accetto il fatto di compiere un lavoro adotto una disciplina affinché io possa realmente compiere una qualche trasformazione; in questo modo, da solo, possa liberarmi dalle “interferenze” che spostano continuamente la mia attenzione altrove. Dal punto di vista pratico si direbbe che devo collegare la mente con il corpo, cercando quella particolare “sensazione” che mi permette di restare agganciato a quello che accade. Siamo come una pallina di metallo in un flipper che viene sballottata in tutte le direzioni.
L’attenzione “attiva” diventa una calamita che da sopra il vetro ferma questa corsa alla reattività e mi fa “prendere coscienza” di essere in un flipper. Se necessario sarebbe bene valutare l’ipotesi di collegare il lavoro ad un forte stimolo, ad una forte abitudine che abbiamo, mi viene in mente qualcosa tipo: fumare o mangiare – o stabilendo prima in quale istante orario della giornata farlo. Per “lavoro” intendo qualcosa che assomiglia all’ascolto, intendo cioè provare a guardarsi fare le cose, guardare il mondo senza fissarlo, percependone la spazialità; accendere quell’interruttore della nostra attenzione in modo “attivo” in quello che sta accadendo e contemporaneamente in quello che sto facendo, essendo cosciente di quello che c’è fuori e dentro di me. Il fuori è solo un aspetto del momento presente, non è la totalità. Siccome il più del tempo quest’interruttore è spento serve trovare espedienti adeguati, e sempre nuovi, per accenderlo, ricordando proprio che dove è la mia attenzione lì andrà a riversarsi, o sarà, la mia “energia” (vitale).
Un attenzione “attiva” su se stessi si raggiunge con il “lavoro” e gli “sforzi” nel tentativo di metterla in atto, … senza forzature, ma usando l’osservazione e la cautela. A volte può tornare utile conoscere qualcuno che l’ha raggiunta, che la sa esercitare a comando, cioè. Qualcuno che te la fa sperimentare. L’attenzione interna in una persona in grado di mettere la mente in calma, vibra ad una certa frequenza che il tuo “essere” è in grado di riconoscere e sintonizzarsi. Ecco perché tendiamo ad affezionarci a maestri e guru, ed ad attribuirgli qualità di “risvegliati”, ma il loro compito dovrebbe essere solo quello di farci sperimentare un certo grado di “attenzione”; il resto dovrebbe venire da se quando abbiamo imparato a individuare e ripetere il fenomeno a piacimento. La “presenza” è legata all’attenzione, e l’attenzione è legata all’idea di “ricordo di sé”.
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Un pensiero su “Un problema di “attenzione”

  1. Ciao Carissimo Grandioso Bruno, immortale amico del mio saracino cuore.

    “Natale è veramente la festa più magica dell’anno che accomuna il cuore degli uomini”

    Perché la vera storia si perde nella notte dei tempi, Il natale è legato ad eventi assai importanti ed assai remoti, eventi che accomunarono il guerriero cuore degli uomini sotto UN AMOREVOLE RICONCILIANTE FOCOLARE DOMESTICO. Ricordo ormai perduto di quella riconciliata FRATRICIDA ETERNA BATTAGLIA FRA GLI DEI (i nostri antichi padri creatori della razza umana, gli,Elohim/Annunaki provenienti dal pianeta artificiale NIBIRU ).

    Questa è una celata antica storia sepolta ormai nel dimenticatoio della memoria, che amorevolmente ed inconsapevolmente ci viene ricorda da questa nostra cristianità come la natalità (che natalità non fu in questo tempo), del nostro V.M. Gesù.

    Ma Il problema più grosso è stata la perdita di quell’antica conoscenza, di quell’inconsapevole percepita AURA MAGICA che come dire, nei celati effetti, rende più buoni gli essere umani.

    Benefica Invisibile Radianza / Radiazione che scaturisce dal maggior respiro eterico della nostra madre martoriata terra in questo particolare periodo dell’anno. Radianza che consapevolmente percepita dagli adepti d’ogni tempo serve a rafforzare l’equilibrio nella polarità dell’uomo, appunto attraverso quella maggiore indotta rata vibratoria esterna che agisce e va in risonanza con centri energetici interni che sono connessi con l’anima.

    Quante cose abbiamo perso nel tempo per colpa di quell’ignoranza indotta da esseri privi di un vero cuore. Ma è anche vero che siamo nel tempo del RISVEGLIO delle coscienze e nel tempo delle RIVELAZIONI attraverso la voce del cuore di tanti.

    Poggiando i mie sinceri sentiti percepiti pensieri trovo spunto per AUGURARTI INSIME AI TUOI IMMENSI AMORI UN RADIOSO SANTO NATALE, affinché quel RADIOSO SOLE DI MEZZANOTTE , per quella divina legge dell'impressione/riflessione oltre gli adepti di ogni tempo, possa infiammare il cuore di tanti, affinché in ogni continuativo tempo, in ogni momento sia la NATALE LUCE DELL’ANIMA a risvegliare con tanto amore il cuore duro cieco e sordo degli uomini.

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