Il passato non esiste. Il passato è sempre con noi, qui ed ora! Per fortuna, direi. Così possiamo mettergli mano. Esiste un luogo, che non è un luogo, che è il tuo inconscio, che è quello che viene chiamato inconscio, che contiene il “ricordo”, i “ricordi inconsci”, dove pensieri, sensazioni, emozioni, azioni ed eventi sono impressi, proprio come sul nastro di una cassetta, e noi possiamo ritrovarli, semplicemente riavvolgendo il nastro. Per quale motivo? Per quale assurda ragione dovrei andare a rielaborare tutti questi ricordi? Perchè questi “ricordi inconsci” continuano ad agire ed a condizionare tutta la nostra esistenza.

Se ho la sensazione che ci sia qualcosa di strano nel mondo, se ho la sensazione che la mia vita se ne stia andando e non riesco a metterti argine, se ho la sensazione che non ho il dominio, la comprensione di certe cose che mi accadono, se mi rendo conto che ho una reattività che non riesco a dominare, se  mi sento schiavo, se avverto un ineluttabile meccanicità nel fare cose, una ciclicità negli eventi della mia vita, cioè il fatto che alla fine le cose vanno sempre nello stesso verso … beh! Se percepisco questo e molto altro, allora è facile che sia davanti ad uno stato di necessità che mi sta chiedendo di andare a fondo alla questione, ed il fondo, cioè la tana del bianconiglio, non è la fuori, le cause non sono da ricercare negli altri o nella sfiga, ma dentro di noi. Il passato non esiste, il tempo non esiste. Il tempo è un movimento, e per quanto riguarda noi è persino circolare: la terra gira intorno al sole e noi contiamo i suoi giri e li chiamiamo “anni”, gira intorno a se stessa e li chiamiamo “giorni”, suddividiamo queste fasi in “ore” o “minuti”, ma l’impulso che usiamo, il “secondo”, è del tutto artificiale, non esiste lo scorrere di un bel niente, esiste il “movimento”.

Dal punto di vista psicologico, poi, il tempo non c’è, non esiste praticamente in assoluto, è del tutto psicologico cioè irreale, una registrazione atemporale, anche se noi gli abbiamo dato una sequenza o meglio li abbiamo vissuti in sequenza e registrati così, mano a mano che i dati arrivavano: Un archivio di registrazioni di eventi e situazioni che li possiamo consultare senza un ordine sequenziale definito e lo facciamo. Sto guardando un bambino che gioca e mi ricorda un amico di infanzia, e da li estraggo i ricordi, che rimbalzano nel mio schermo psicologico come ricordi attraverso il meccanismo del pensiero associativo. Associo un ricordo all’altro con una nuova sequenza. R.A.M. Random Access Memory, memoria ad accesso casuale, ci facciamo anche i computer che funzionano come noi.

Che cosa significa? Significa che l’unico istante reale è quello che sta accadendo, e che passato, presente futuro sono contemporaneamente qui, in quell’istante; questo perché tutto quello che hai vissuto te lo stai portando dietro, condiziona quelle che stai facendo “adesso”, e produce le condizione di quello che ti accadrà. Se non cambi il tuo passato il tuo futuro sarà la riproposizione dei tuoi limiti. La cosa interessante da notare o realizzare è che quello che noi erroneamente abbiamo chiamato “passato” si è impresso o si imprime dentro di noi attraverso le emozioni, emozioni di ogni genere, per questo tante volte è così pesante da portarsi dietro che alcuni lo chiamano “fardello”. Il “passato” è come uno zaino pieno di cose e con cui te ne vai in giro: per forza che ti senti stanco.

Per intraprendere un viaggio in montagna serve muoversi leggeri. Per lasciare andare tutta questa zavorra bisogna imparare a volersi bene, per potersi “perdonare”, serve “perdonarsi dentro”. Bisognerebbe “perdonarsi” per quello che ci è accaduto di sgradevole, bisogna perdonarci di non aver avuto la coscienza che abbiamo oggi per capire quello che ci stava realmente accadendo, … bisognerebbe perdonarsi per essere stati o per sentirci di essere stati ingenui … Bisognerebbe perdonarsi dentro, il punto è che non lo riusciamo a fare, questo perché tutto si è impresso per mezzo delle emozioni, e noi non abbiamo mai imparato veramente a gestirle. Ecco perché in qualche modo siamo costretti ad affrontare e fare un lavoro su noi stessi. Serve iniziare dal “dolore” e deve essere fatto alla svelta, non possiamo permetterci di cincischiare troppo su i perché ed i per come abbiamo dei conflitti, il perché è semplice è la nostra mente ad essere conflittuale, non è colpa di mio padre o di mia madre, non è nemmeno colpa degli altri che mi hanno offeso o cose simili, è solo perché la mente dell’uomo è conflittuale. E’ bene imparare a lasciarsi alle spalle ogni trauma, ogni situazione mal digerita ed alla svelta.

Devo poter utilizzare la mia capacità di rendermi conto ed abbandonare vecchi schemi senza rimpianti ed attaccamenti, se capiamo che il “dolore” che ho provato per le varie situazioni difficili o avverse della vita cristallizza in una specie di corpo, di contenitore, e che quel contenitore me lo porto dietro come uno zainetto, come un fardello che finirà solo per rendermi la vita amara, cercherò di togliermelo dai piedi ed alla svelta, senza grosse spiegazioni; capirò che non ho mai veramente tenuto alla considerazioni degli altri e che quel dolore invece si è prodotto per una tendenza che è stata generata artificialmente e che non mi appartiene, non fa parte di ciò che sono realmente. In questo modo imparo a liberare me stesso e gli altri dal mio giudizio. Diversamente questo corpo, il signor Tolle lo chiama “corpo di dolore”, un parassita che si nutre del “dolore” stesso, un attitudine che si nutre di negatività, me lo porto dietro ed influenzerà e irradierà il suo influsso in tutta le scelte e le circostanze della mia vita.

E’ vero quando leggete o sentite dire che non esistono i “problemi”, ma esistono solo situazioni, questo perché il problema vero è, sorge per via di questa attitudine o corpo. Quindi invece di affrontare la vita con “coscienza”, cercando di renderci conto di quello che realmente ci sta accedendo, utilizziamo il filtro dei nostri pregressi dissapori, quello che chiaramente chiameremmo pregiudizi, qualcosa di pregresso che non è stato ancora vagliato alla luce della verità che è la coscienza. Senza presa di coscienza non posso accadere i cambiamenti, e non ci può essere “presa di coscienza” senza trovarci in uno stato di necessità, che sono poi di fatto quelle situazioni che noi viviamo come avverse; è la vita che ci costringe a risolvere in nostro dissidio interno, ma se noi osserviamo ed affrontiamo la cosa con la stessa attitudine difficilmente ne possiamo venire fuori, realizzeremo, erroneamente, che le cose alla fine vanno sempre nella stesso modo, ci diremo – lo sapevo – cosa potevo aspettarmi da te o cose simili, perdendo di vista il vero problema e cioè come noi vediamo le cose.

Il fatto che non poteva che andare come ti aspettavi non è una conferma delle tue idee o pregiudizi, ma del fatto che gli individui sono meccanici a cominciare da noi stessi che imprimiamo sempre la stessa visione a quello che ci accade. Il “ricordo incoscio” di tutta la mia esperienza di vita eserciterà il suo influsso nella mia esistenza attuale ogni qualvolta qualcosa di esterno lo farà riemergere, se non prendo in considerazione la possibilità di essermi sbagliato e che in realtà non conosco quello che mi sta accadendo reagirò come tutti meccanicamente.

Certo è vero non ci è mai stato realmente insegnato ad usare la nostra facoltà più importante che è la coscienza per renderci realmente conto di quello che accade ma solo le idee che ci sono state passate, ci convinceremo che la colpa è degli altri e della loro stupidità della loro incapacità di capire o di rendersi conto di quello che fanno, ma noi non siamo diversi; è a noi stessi di fatto che ci stiamo dando del cretino, perché se oggi tocca all’altro a comportarsi come tale, prima o poi toccherà anche a te, perché entrambi siamo stati educati a non capire come affrontare le cose della vita, non siamo stati educati a coltivare buone relazioni, siamo stati educati a “farcela passare”. Ma per “farcela passare” ci siamo fatti, ci siamo procurati del gran dolore, e per farci passare quel dolore, per non sentirlo più, ci siamo procurati dell’altro dolore, ancora, odiando la vita e maledicendo l’umanità. E’ così che abbiamo imparato a sottostimarci ed ad auto-sabotarci.

Il “nemico”, la stupidità dell’altro, la sua cattiveria, la sporcizia che vediamo nell’altro, altro non è che l’immagine riflessa all’esterno di quella parte tenebrosa dentro di noi, sia essa l’equivalente difetto in noi, che lo specchio di una carica di giudizio che portiamo o la proiezione di una condizione di codardia interiore che stiamo cercando di vincere attraverso l’apparente azione di sopruso da parte dell’altro. Si tratta di una parte tenebrosa di noi che non e che non vogliamo conoscere, perché istintivamente la sentiamo ostile rispetto all’immagine, il ritratto immaginario di noi stessi che ci siamo creati. La vita mi presenta con evidenza questa parte ponendomi davanti il mio “nemico”, che altro non è che quei miei difetti potenziali o reali, riflessi o antagonisti o complementari, che rifiuto in ogni modo di riconoscere; non sono in grado di sostenere il “dolore” o, meglio, l’orrore che ne scaturirebbe e per questo fuggo. La vita cerca invece continuamente di costringermi a prenderli fortemente in considerazione, è per questo che mi trovo sempre nelle stesse situazioni o relazioni. Più combatto, più combatto il mio “nemico”, e più combatto una parte di me che detesto; più lo odio e più genero “dolore” verso me stesso. Odio me stesso per come sono e per non essere come vorrei; l’altro mi fa solo vedere come sono, è per questo che lo detesto o mi è antipatico o altro.

I modi con cui lo vedo possono essere almeno 3: uno è un equivalenza, una corrispondenza diretta, vedo nell’altro un difetto che ho anche io, l’altro è qualcosa con cui ho avuto a che fare e di cui presumibilmente mi solo liberato ed adesso porto una carica emotiva negativa di giudizio, sono diventato da “peccatore” a un “moralista” (classico è il tabagista che smette di fumare e poi detesta tutti quelli che fumano, lo infastidiscono), il terzo modo è quello “antagonista” cioè la pressione che ricevo da fuori  è tale che mi mostra tutta la mia incapacità di reagire, mostra la mia codardia, ed a nessuno piace essere un “vigliacco”, un “codardo” od un “pusillanime”. Quando odio qualcuno è me stesso che sto addolorando questo perché il “dolore” che sento è il ritorno, la risposta alla mia carica di odio, che come un energia vortica, si amplifica e mi ritorna decuplicata.

Nonostante questo non è semplice, perché come si fa ad “amare” chi ci fa o ci vuole male? Non si fa; devo solo capire che non è lui o lei o la situazione che devo sopportare, digerire o amare ma me stesso. L’unico vero obbligo è verso se stessi, è solo così che liberiamo anche gli altri dal nostro campo magnetico di influenza. Il vero “nemico”, quindi, è il nostro atteggiamento, la nostra non conoscenza di cosa siamo, di cosa possiamo realmente fare, di come funzioniamo, di quale meraviglia siamo; il “nemico” autentico è l’ignoranza che ci porta come conseguenza il “dolore”, un “dolore” di cui l’ignoranza stessa si nutre, di cui il “dolore” stesso, come un parassita, si nutre. E’ la nostra mente alterata, attraverso il nostro “dialogo interiore” fatto delle parole che altri hanno messo nella nostra, fatto delle nostre più vere convinzioni, del nostro più profondo credo, a dirigere la nostra vita e noi crediamo di essere quel dialogo – “Sente quella voce da così tanto tempo che ormai crede sia la sua. Crede che sia il suo miglior amico.” – (dal film: Revolver – 2005 – Guy Ritchie).

Un “Avversario” invisibile, fatto di pensieri ed emozioni, nascosto dentro di noi, creato dalla nostra convinzione di essere vivi e di sapere tutto. Siamo stati educati ad “essere” così.  E’ lui il nostro vero “nemico”, non gli altri, gli altri servono solo a smascherarlo ed allora l’odio che provi è il suo, è il suo modo di difendersi, di impedirti di vedere, ti fa sentire “dolore” di modo che tu arretri. Il bastono e la carota, è così che siamo stati educati, – “se non ti comporti bene mamma non ti vuole più bene, se fai il bravo mamma di adora”, – emozioni negative o dolore ed emozioni positive, come il sentimentalismo, … sempre un illusione in termini. Lui è qui dentro, nella nostra testa, e finge di essere noi. Lo so che è difficile da credere, e la tua reazione è la conferma del fatto che lo stai difendendo senza neanche averne la ben che minima coscienza che è lui l’unica vera causa di tutto il “dolore” che provi. Lui ti dice cosa fare, cosa dire, cosa sentire. Difendi lui perché è tutto ciò che resta di te stesso, ed ironia della sorte sei vicino alla verità.

Lei fa parte di un gioco. Tutti fanno parte del suo gioco e nessuno lo sa. E tutto questo. E tutto questo è il suo mondo. Gli appartiene, lo controlla.” “Lui le dice cosa fare”,

Quel dialogo è artificiale, come la realtà stessa di “the matrix”, un mondo elaborato a tavolino per farti pensare e sentire come qualcun altro a deciso per te che devi “essere”. C’è lui dietro ad ogni dolore che ci è stato, , il nostro falso sé, un io, l’ego,; lui si nutre di quel “dolore”, senza “dolore” lui non esisterebbe.
lei lo sta proteggendo signor Green, ma con che cosa? Lui si nasconde dietro al suo “dolore” Jack, lo sta proteggendo con il suo dolore, abbracci quel dolore e vincerà questa partita”.

Odiare chi ci offende, chi ci ferisce è un atteggiamento che abbiamo imparato e generato noi, un riflesso irreale di noi che per sopravvivere si nutre di odio e del “dolore” che ne proviene in risposta a quell’odio; senza “odio” lui non esisterebbe, noi non esisteremmo visto che noi ci crediamo lui. E’ questa la ragione perché è così difficile lasciare andare, non odiare o altro, ecco perché è così difficile “perdonarsi dentro” ed ecco perché siamo costretti ad un lavoro lungo ed estenuante … se perdoniamo moriamo e nessuno di noi è veramente pronto per morire. Se togli il “dolore” cosa resta? L’ignoto. Tutto ciò che conosco, tutto ciò che in cui credo è falso, perché è il prodotto di un processo educativo deleterio basato sul condizionamento ed il controllo e non sulla libertà e la “coscienza”. “Lei mi deve temere” signor Green.

Ogni volta che soffriamo è lui che ci fa soffrire, non gli altri. E’ bene imparare ad usare il “nemico” che percepiamo fuori noi per distruggere il nostro vero “nemico”. E’ di questo che parlava Gesù quando ci invitava ad amare i nostri nemici. Amando il nemico che percepisci distruggi il tuo vero “nemico”, lui si nasconde dietro il tuo “amor proprio”, dietro il tuo “orgoglio”, la tua “vanità”, la tua “pigrizia”, la tua “collera”; gli altri sono solo strumenti per svegliarti dal tuo torpore. E’ lui che odia, è lui che detesta, è lui a provare antipatia perché gli altri ti costringono ad agire ed uscire da tutte queste cose. Il “peccato” è dentro di te, ma è rivolto verso te stesso, all’annientamento di quello che sei realmente.

E’ di un azione radicale che stiamo parlando qui; di controvertire ogni valore in campo, rovesciare le regole che lui ha stabilito, le regole che abbiamo appresso così faticosamente a colpi di frusta (figurata naturalmente). Ma tu mi dirai – “ma io sto bene, sono felice di tutto quello che ho, non capisco di quale diavolo di schiavitù mi continui a parlare, io sono un uomo libero, faccio, dico e penso quello che voglio ho una vita piena. Ho tutto quello di cui ho bisogno e se non ce l’ho me lo posso comprare.” – Si, ma avere non equivale ad essere. Essere è una cosa serie, e fintanto che ci sarà quella voce nella tua testa tu non sarai mai realmente libero. Il pensiero, quello vero è intuizione, non è un dialogo, non è una chiacchiera ossessiva.

Sai perché parla così tanto nella testa? Per paura che tu lo scopra. Riempie tutto il tuo tempo con la chiacchiera inutile per tenerti sotto controllo, e ironicamente sei tu stesso che te lo stai facendo fintanto che sei convinto che quei pensieri sono i tuoi. E’ lui che ti spinge a capire, e solo quando rinunci a capire che cominci a conoscere. Ma ti serve tempo. Ti serve tempo e informazioni, informazioni simili a questa affinchè la tua mente venga educata a stare dove deve stare, a fare il lavoro per cui è stata creata, e cioè servire lo spirito, l’indole indomabile di un uomo o una donna liberi. E’ l’essere a determinare, non i pensieri; il pensiero è un traduttore tra dentro e fuori.

Difronte alle prove della vita non abbiamo trovato di meglio che piagnucolare, lamentarci della nostra condizione, e della nostra “impossibilità di cambiarle”. Ma cosa veramente pessima è stata quella di credere e prendere tutto questo terribilmente  sul serio; senza capire che non stiamo che rafforzando questa descrizione, e sottolineo che è una descrizione, “funebre”, negative del mondo in cui viviamo e di noi, una drammatizzazione che non fa altro che accrescere dentro di noi lo stesso circolo vizioso di pensieri (dialogo interiore) ed emozioni (positive o negative poco importa, sempre di illusione stiamo parlando).

Se un uomo, od una donna, cambia l’attitudine verso ciò che gli accade, questo, nel corso del tempo modificherà anche la natura stessa degli eventi che incontra. E’ bene non farsi illusioni e non pensare a cambiamenti repentini ed inutili, perché resteremo sempre come siamo e non in un altro modo; prendere coscienza della situazione è un processo che richiede tempo. E’ con le nostre peggiori paure che dobbiamo lottare.

 

“C’è una cosa dentro di te, che non conosci, e di cui negherai l’esistenza. Finchè non sarà troppo tardi per farci qualcosa. E’ l’unico motivo per cui ti alzi al mattino. L’unico motivo per cui sopporti un capo stupido. Il sangue, il sudore e le lacrime … questo perchè vuoi che le persone sappiano quanto sei bravo, attraente, generoso, divertente, intelligente. Temetemi o riveritemi, ma per favore pensate che sono speciale. Condividiamo una dipendenza. Siamo tossicomani dichiarati. Vogliamo tutti la pacca sulla spalla e l’orologio d’oro. L’ip-ip-urrà del cazzo. Guardate il ragazzo intelligente con il distintivo, che lucida il suo trofeo. Brillate o chiamati impazziti … siamo solo scimmie, avvolte in bei vestiti, che implorano l’approvazione degli altri.” – revolver 2005 – G.R.

Perchè? Perchè abbiamo paura di morire. E’ la paura della morte che ci rende codardi. La considerazione,  l’approvazione che elemosiniamo dagli altri è perchè ci fa sentire più sopportabile questa “paura”. La fede incrollabile delle persone nell’ineluttabilità della morte genera una “paura”, per lo più a livello inconscio, ma esiste, ne esiste il ricordo, il “ricordo incoscio” di quando abbiamo appreso la notizia (ce ne hanno parlato, abbiamo visto qualcuno morto, o eventi simili) e lo choc che questa cosa ci ha procurato;  la paura che ne è conseguita governa “adesso” tutta la nostra vita. Come un tiranno ci rende timorosi, paurosi, codardi, iracondi, depressi, ansiosi, apprensivi, in una parola schiavi. Un buon passo verso la libertà è realizzare questo meccanismo terribile; l’idea della morte, la paura di questa cosa quando si è impressa ha ridotto drasticamente il nostro potere coscienziale, ha abbassato il nostro livello di coscienza.

Non siamo solo scimmie avvolte in bei vestiti, ma ci sforziamo di essere tali, quando ci perdiamo quello che ha veramente importanza nella vita. Siamo negozi con i prezzi messi a casaccio. Ciò che ha valore costa poco, la nostra “dignità”, ad esempio, siamo esseri incredibili, enormi, di una magnificenza senza pari, l’universo si dispiega e di espande per darci modo di essere molto di più di quello che crediamo, … e ciò che non ha valore ha un prezzo esorbitante: la nostra stessa vita.

La nostra stessa esistenza è minacciata dalla nostra ignoranza, dalla nostra convinzione di non valere nulla, di non essere nulla. Pendiamo dalle decisioni altrui, da quello che pensano di noi perchè non siamo più capaci di guardare dentro, abbiamo imparato che quello che è dentro non ha valore. … Dovremmo imparare a guardare meglio. Se rinunciamo a capire allora iniziamo a conoscere … ed allora lì, sì. Ma c’è tanto “dolore” da attraversare ed abbiamo paura, ecco perchè abbiamo bisogno di tempo, ecco perchè abbiamo bisogno di un processo, che per sua natura ha bisogno di tempo per dare i suoi frutti. Ma dovremmo cominciarlo questo processo, lo dobbiamo a noi stessi. E’ un  imperativo che ce lo chiede il nostro cuore, la nostra stessa anima.

… continua! (forse )

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