23.10.2013 – S. Donato Mil.se, R. Bruno – La sovranità individuale, Sist…

La Medicina di Zion. Un nuova frontiera!

La Medicina di Zion. Un nuova frontiera!

In realtà non esiste nessuna medicina a Zion, dato che la medicina, intesa come misura della vita, consiste nell’osservazione ed apprendimento della sensatezza stessa della vita o biologia e del funzionamento del corpo umano. La “medicina” a Zion è ancora una volta “educazione”, è formazione, perché colui che conosce “guarisce“: si libera dalla prigionia della concezione di “malattia”.  Si legge nel Vangelo secondo Luca (4, 23): Medice, cura te ipsum, – che tradotto significa “medico, cura te stesso” – a significare che la malattia, intenso come “alterazione” di uno stato di “normotonia”, non risiede nei virus o batteri, o in chissà quali strani microrganismi che nessuno ha ancora visto, e nemmeno in qualche alterazione del sistema immunitario o ereditarietà, non risiede nei sintomi, ma nel “pensiero” stesso dell’uomo e del “medico” che non ha ancora compreso la perfezione della natura e i suoi processi vitali o biologici. La frase è un invito a superare l’orgoglio di pensare di poter “guarire”.

Nessuna guarisce nessuno, perché non c’è nulla da cui guarire se non dall’ignoranza e l’abitudine a pensare solo in un certo modo lineare e riduzionista. Tutto si muove secondo un preciso senso (biologico) che ancora non abbiamo capito e voluto vedere nonostante sia così evidente sotto i nostri occhi. “L’abitudine a credere è la causa principale. per cui la ragione umana è distolta dal percepire ciò che di per sè è evidente” (Aristotele).

Nessuno è in grado di guarire qualcosa che è già così evidentemente perfetto così com’è. Il medico dovrebbe essere colui che ha studiato e capito il funzionamento del corpo umano e della vita in generale, si prende cura ed accompagna in un percorso di comprensione altri che ancora non sanno. In natura non esiste la “malattia”, è l’uomo ad averlo creato come concetto per i suoi scopi. Quello che l’uomo chiama “malattia” è un passaggio necessario di un processo di recupero, ristrutturazione e restituzione previsto per il funzionamento e la sopravvivenza della vita organica, niente che vada estirpato o combattuto, ma seguito, dolcemente accompagnato alla sua risoluzione. Neanche la “salute” e la “guarigione” sono reali, ma pure “apparenze” dovute ad una incapacità di capire come funzionano i cicli vitali o biologici.

Il concetto di base non è quindi quello di una medicina che si subisce o si assume, ma quello di qualcosa di più personale, proprio, legato alla possibilità di conoscere e successivamente capire per sciogliere e “rinascere” come individui in coscienza.

A Zion si studia embriologia, evoluzione, biologia, ecologia, biochimica, fisiologia e anatomia ed eventualmente si praticano metodi quali massoterapia, vibrazionali e di ascolto con un approccio non settoriale, ma trasversale e con l’unico scopo di arrivare a prendersi cura dell’individuo e “conoscere” cosa siamo e come funziona il corpo umano, o la macchina biologica, arrivando a capire che la natura è già perfetta così come è e che non c’è nulla che l’uomo possa fare se non – “capire“.

Insegnare ad entrare in gestione invece che subire inconsapevolmente le conseguenze di un “pensiero” limitato e una mancanza di contatto con ciò che realmente sta accadendo. Qualcosa che emerge spontaneamente quando si è disposti a osservare le evidenze.  Il sistema di credenze è ciò che impedisce di vedere, crediamo a qualcosa e quello vediamo, ma non è detto che sia “reale”.

In una parola s’impara e s’insegna a vivere realmente, si educa al contatto e si stimola nuovamente a “percepire”: un arte che gli uomini hanno dimenticato da tempo. Non una terapia alternativa, ma un esercizio di coscienza profonda, di intima convinzione, di trasporto interiore verso la propria vita e il suo reale scopo. L’essere umano esiste per degli scopi precisi. I metodi applicati sono solo di contorno e di accompagnamento per il raggiungimento di un grado di conoscenza e crescita personale, e per il raggiungimento, come conseguenza, di un grado di libertà. L’ostacolo più grande è, innanzitutto, la “paura” e la non conoscenza di ciò che siamo realmente. 1:1 “In principio era la parola, e la parola dimorava presso Dio, e la parola era Dio” – sempre che la parola sia compresa alla perfezione e si capisce che Dio è l’uomo stesso.

Concetto questo difficilmente assimilabile da un individuo piegato ad una morale che lo vuole succube di un dio vendicativo ed al quale è imperdonabile paragonarsi. Nel vangelo di Giovanni 10,31-39 si legge: 31 I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. 32 Gesù rispose loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?». 33 Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». 34 Rispose loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi?

Lo scopo della Natura nei riguardi di ogni singolo essere vivente è quello di garantirne la sopravvivenza. Sopravvivenza che viene messa in crisi non da agenti esterni, ma dal modo di affrontare la vita, dal “sistema cognitivo” in essere: da come l’uomo è stato programmato a “pensare” che è la modalità con cui è portato ad interpretare gli eventi e le circostanze che gli accadono. Il perdurare in condizioni svantaggiose per la sopravvivenza genera quegli “alert” che poi noi interpretiamo come malattie o dolore, ma altro non sono che informazioni che ci dicono che è arrivato il momento di tirarsi fuori da una tale situazione o condizione, o che qualcosa, in termini di crescita, in noi si sta facendo (lavoro interiore). Un animale in quel senso è molto più saggio, se una cosa non gli sta bene, cambia strada, l’uomo invece è l’unico essere vivente capace di sopportare per anni condizioni avverse adducendo infinite giustificazioni e lamentele al fatto che non può cambiare.

A Zion cerchiamo di far capire agli individui che le soluzioni risiedono in loro e nel processo di maturazione che volontariamente scelgono di operare e che è la sola cosa che li può portare a guarire, nel senso più ampio del termini. A Zion nessuno salva nessuno, ma tutti concorrono e collaborano, prendendosi cura della persona e supportandola in questo suo processo evolutivo – quanto rivoluzionario – di cambiamento e crescita personale. Questo significa che la persona deve divenire l’attore principale del proprio percorso diagnostico e terapeutico (se così possiamo ancora dire o chiamarlo).

La non-terapia e la non-diagnostica

La diagnosi è una pura, accogliente e calorosa pratica umana di ascolto, educazione, osservazione, condivisione ed empatia. L’individuo che si avvicina a questo approccio deve imparare a riconoscere con responsabilità non la causa del perché uno si  è “ammalato” e le conseguenti vie di guarigione, ma far comprendere che la “malattia” non esiste, che si tratta di un processo naturale, previsto dalla biologia e soprattutto sensato, funzionale alla sua sopravvivenza e crescita. Anche se ci avvaliamo, come supporto, di qualsiasi genere di strumenti, il nostro intento è quello di “educare”, istruire la persona su ciò che è, su come funziona la sua macchina biologica, al fine ultimo di demolire la relazione “paziente/terapeuta” che è fallace in tutti i suoi aspetti perchè realizza di fatto una dipendenza da qualcosa che non c’è.

In natura è tutto sensato, solo l’intervento dell’uomo è stato capace di alterarne i processi. Alterazioni alle quali la natura mette rimedio sempre e comunque secondo una sua spontanea “sensatezza”. Il problema è che l’uomo moderno questa sensatezza sembra non percepirla e comprenderla. Il “problema” è la soluzione, il “problema” è il modo con cui ci vengono inculcate le “idee”, qualcuno la chiama educazione, e l’educazione è la soluzione: un secondo tipo di educazione. Non si può versare vino nuovo in un otre vecchia. La terapia, a Zion, non è una terapia nel senso stretto del termine; è personalizzata, singolare per ogni soggetto che ne faccia richiesta, ma col fine ultimo di rendere “consapevole” l’individuo e nel tentativo di aiutarlo a fare un cambiamento di mentalità. La base del lavoro è il colloquio e l’individuazione dell’atteggiamento che sta procurando lo squilibrio o il malessere, che non è fisicoma individuale, soggettivo (Psiché): si manifesta nel corpo, ma non è del corpo.

Il dolore è un allarme, è l’allarme più forte, quello che la persona non può fingere di non sentire. Lo può mettere a tacere, ma quando torna a manifestarsi lo fa in modo severo e con una ragione ben precisa: la sua funzione è quella di far prendere coscienza alla persona dell’alterazione che lo causa e lo invita ad emanciparsi da una condizione di “ignoranza” ed “indigenza cronica”. La finalità del dolore o di una cosiddetta“malattia” è di costringere la persona a fermarsi per riconoscere il proprio stato, concedendosi il tempo per tornare a un livello ottimale, prendendosi cura di sé per poi riprendere le proprie funzioni nell’ambito della vita.  La ”psiche”, intesa come entità immateriale, pensante e senziente, è collegata alla nostra biologia e ne condiziona le risposte (emotività) che sono sempre sensate, ma noi non le capiamo più a causa di come siamo stati educati a interpretare la natura stessa di queste risposte e di conseguenza delle cosiddette “malattie”.

A Zion è importante sopratutto la funzione educativa. Gli studi filosofici e antropologici proposti, servono ad aiutare l’individuo a cambiare atteggiamento e visione, affinché egli possa giungere personalmente a vedere dove e come il “sistema cognitivo” (qualcosa legato al suo modo di pensare e di giungere a una presa di coscienza e consapevolezza) che ha adottato, lo sta sabotando. Il “sistema cognitivo” è il filtro primo utilizzato che poi arriva ai sensi determinando come e cosa si pensa, e dunque portando con sé tutti i valori e gli scopi di una società. L’attuale “sistema cognitivo” in essere, chiamato civilizzazione non è sostenibile perché è distruttivo sia nei confronti dell’individuo, sia dell’ambiente in quanto fondato sulla visione di una collettività al pari di un formicaio produttivo incentrato sui consumi e sull’arrivismo come mezzo per emergere nel gruppo sociale.

Una vita sostenibile è una vita “possibile”, “naturale”, “normale” i cui scopi travalicano i bisogni primari di cibo, divertimento, territorio e riproduzione. L’uomo moderno è stato convinto ad aspirare a essere speciale, straordinario, sopraffacendo il suo prossimo, alterando il sistema biologico e l’ecosistema nel quale vive, senza capire che ogni individuo ha i suoi tempi, compie errori, ed è sicuramente e soprattutto una singolarità che va coltivata e fatta crescere. La “paura” è alla base di questa società e ci impedisce di vivere. Come un “programma” silente gestisce e determina le scelte che crediamo di fare in autonomia nella nostra vita. Paura di non farcela, paura di non avere, paura di non essere, paura di soccombere, paura del passato del presente e del futuro. Paura per sé, per i propri figli, per i propri averi, per i propri pensieri.

Paura di non essere capiti, di non sapersi spiegare, di non essere al passo, paura di invecchiare. Che senso ha vivere più a lungo se non ci si accorge delle meraviglie della nostra vita e della Natura? Sulla paura si è fondata la nostra società civile fin dai suoi albori. Oggi non è diverso rispetto a duemila anni fa. Oggi la paura regna su tutto, a partire dalla paura per la crisi economica, per proseguire con la paura dello straniero e per finire con la paura di vivere; così consumiamo tutto il tempo di cui disponiamo per crescere come individui. Abbiamo bisogno di conoscere per poterci finalmente liberare da ogni paura che ci paralizza.

La prima cosa che abbiamo bisogno di sapere per liberarci dalla paura della “malattia” è che in realtà altro non è che stati o fasi differenti che attraversiamo e che dipendono dagli eventi o circostanze che ci occorrono nella vita. Una cosiddetta “malattia” decorre in due fasi. Durante la prima, detta di “simpaticotonia”, ci si sente mentalmente ed emotivamente provati. Tipicamente si è del tutto preoccupati su quello che è successo, si hanno le estremità fredde, scarso appetito, sonno disturbato e si perde di peso. Se si risolve questo conflitto, si entra nella fase di guarigione (vagotonica), durante la quale la “psiche”, ovvero l’autentico “soggetto”, l’”essere” senziente che è l’uomo o individuo, ha preso coscienza e superato il problema o conflitto facendosene una “ragione”, ed emette frequenze atte a ripristinare le riserve energetiche (fase di riparazione o vagotonia).

Capiamo da subito che le persone in realtà non si ammalano e non guariscono, attraversano stadi diversi in un processo di crescita (azione e ristrutturazione), in mezzo c’è sempre una “presa di coscienza” che porta l’individuo a farsene una “ragione” degli eventi che gli sono succeduti.

Simpaticotonia (azione, fase attiva) e vagotonia (ristrutturazione, fase di riposo e rigenerazione) sono meccanismi dei quali si serve l’organismo per la sopravvivenza della specie. Una semplice correlazione della natura e della biologia. In medicina sono attribuiti a stati del sistema vegetativo simpatico, impropriamente considerati patologici, quali: reazioni vasomotorie cutanee vivaci (pallore o rossore in seguito a emozioni), mani fredde e talvolta cianotiche, efidrosi, tachicardia con sensazione soggettiva frequente di palpitazioni, ritardo nello svuotamento gastrico oppure diarrea, aumento della temperatura corporea, insonnia.

Coesistono disturbi psichici, spec. ansia, agitazione, instabilità emotiva, tachipsichismo (simpaticotonia) o ad altri stati legati all’attività del sistema nervoso parasimpatico, ed in particolare del nervo vago (da cui il nome), volta essenzialmente ad adattare l’organismo alle modificazioni del suo ambiente interno e a ripristinare le riserve energetiche. Il soggetto vagotonico presenta pressione arteriosa, temperatura corporea, e metabolismo basale bassi, polso lento, tendenza alla sudorazione, alla ipersecrezione lacrimale, salivare, gastrointestinale, attività respiratoria ridotta, pupille miotiche.

Dato che la medicina convenzionale non riconosce queste due fasi di una malattia, molti sintomi di riparazione come infiammazione, febbre, dolori e gonfiori, pus, perdite di liquidi, sangue nelle feci, nelle urine o nell’escreato o infezioni, sono etichettate come “malattie” sebbene siano in effetti manifestazioni di un processo di guarigione (intima) dell’individuo che si manifesta anch’essa nel corpo pur essendogli estranea. Le malattie non sono il risultato di un malfunzionamento degli organi.

Il primo passo quindi diventa quello di determinare se la persona sia ancora in fase attiva o già in fase di guarigione o riparazione. Se è ancora in fase attiva, l’obiettivo è aiutare l’individuo a riconoscere l’origine psicologica del problema, sviluppando una strategia per aiutarlo a risolverlo e predisporlo ad affrontare, rivitalizzandolo (trattamenti), i sintomi di guarigione. Durante la fase di guarigione è importante supportare l’individuo dal punto di vista psicologico e, se necessario, dal punto di vista anche medico. E’ essenziale capire la natura dei sintomi. Poiché capire ogni sintomo nel suo contesto biologico e biografico consente di liberarsi dal panico e dalla paura che si scatenano spesso con l’inizio di una malattia.

Cura della Terra. L’utilizzo di piante (per tisane, per tonici, essenza, ecc..) prodotte sul posto senza quindi entrare nella logica del mercato dei farmaci e dello smaltimento di questi ultimi. In merito al consumo equo, in Zion, abbiamo una ridistribuzione alle persone e alla terra delle piante medicinali coltivate se in surplus. Il discorso più importante resta la redistribuzione del benessere. Se una persona entra in uno stato di “abbondanza di benessere” la conseguenza è che sarà più portato a “fare del bene” o meglio a far stare bene altre persone.

La dichiarazione di Helsinki, promossa nel 1989 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, alla sezione II, parag. C, comma 5, afferma:“Nel trattamento di un paziente, laddove non esistano comprovati metodi preventivi, diagnostici e terapeutici o questi siano stati inefficaci, il medico, con il consenso informato del paziente, deve essere libero di usare mezzi preventivi, diagnostici e terapeutici non provati o nuovi, se a giudizio del medico essi offrono speranza di salvare la vita, ristabilire la salute o alleviare la sofferenza.”

Noi non abbiamo un "anima", ma siamo anime a livelli differenti di consapevolezza.

Fermandoci alle “apparenze” noi diciamo che “l’uomo ha anima” perché identifichiamo con la parola “uomo” la forma e non la “sostanza”. E quindi fermandoci a questa “apparenza” creiamo questa distorsione nel linguaggio per cui ci identifichiamo nel “corpo“,quindi nella forma “uomo”, e diciamo: “ha un anima” – oppure – “ho un anima“. Come quando guardiamo un animale, il suo comportamento, e diciamo – “l’animale ha anima”, perché ci soffermiamo davanti alla forma che osserviamo, per noi la parola “animale” o “uomo” non indica la “consistenza”, l'”apparenza”, che è inconsistenza o etere, di quello che stiamo percependo, proprio come afferma Filippo nel suo vangelo a proposito dell’inganno nascosto nelle “parole”, mentre in realtà tutti noi, ognuno di noi è un “anima“. Noi non abbiamo un “anima”, ma siamo anime a livelli differenti di consapevolezza. 
Rispetto agli animali, semmai, l’animo umano ha una qualità particolare che è la “coscienza”, che è ciò che gli permette di essere autocosciente, cioè di avere la consapevolezza di “esistere”, consapevolezza che viene estrinsecata attraverso un “pensiero”; perchè, io osservo, percepisco, e riesco a spiegarmi e dire a me stesso – “io esisto”, mentre l’animale questa cosa non la fa, perché il suo livello di consapevolezza e quindi di conseguenza la coscienza che è in grado di esprimere non gli permette di capire, se non a livello istintivo, necessario, che esiste. Lui esiste punto. Non avendo neanche la possibilità di produrre “pensiero”, non è in grado di spiegarsi che cosa significa esistere, anche perché quando esprimiamo il concetto – “io esisto” – “esistere” è una parola: che cosa significa esistere? Per noi è prendere coscienza che siamo “qualcosa”. Che cosa siamo? Questo è l’interrogativo più importante.
La scienza che tutto vuole spiegarci sulla natura umana, confonde il funzionamento del dispositivo biologico, o smart-uomo, con l’ente senziente che lo governa, che è immateriale e conosciuto, fosse solo che noi sperimentiamo continuamente il pensiero, sentimenti, emozioni, sensazioni che altro non sono che qualità che provengono da quell’unico ente che siamo che è l’anima o l’essere. Trovano apparati o organi per tutte le funzioni che osservano (occhi per la vista, orecchie per l’udito, spingendosi fino a paragoni quali “il fegato è un complesso laboratorio chimico“, “il cuore una pompa“, ed alla via così), ma non hanno ancora trovato cosa produca una “intelligenza” o un “pensiero” o pensate veramente che sia il cervello a produrre tutto questo? Il cervello essendo fatto di “materia”, che sia, come dice Todeschini, etere, o particelle atomiche, molecole o altro, non ha certo la qualità di pensare, cosa che è in contrasto con tutta l’idea di metodo sperimentale che tanto promulgano. Questo ci porta inevitabilmente a capire che esiste un ente spirituale, o meglio immateriale, che non è parte della materia, che “anima” il corpo umano. 
Vi lascio con un estratto dal libro “teoria delle apparenze” di Marco Todeschini che chiarisce bene questo passaggio. 

“D’altra parte la scienza medica di fronte al fatto innegabile che tutti i “corpuscoli” di senso e di moto sono collegati al cervello, e di fronte alla certezza sperimentale che ogni lobo di questo ha una funzione sensitiva o di moto, ha dovuto ammettere che il cervello è il centro psichico. Ma che significa questa parola se non che esiste psiche? Evidentemente significa che un complesso di organi materiali possano avere intelligenza o pensare. Ricadiamo così nel buoi di una concezione ipotetica e tutto affatto arbitraria che la materia possa avere coscienza. Come si è potuto accogliere tale concezione?

Ecco: da una parte i monomaniaci materialisti, con una visione unilaterale, tanto più antiscientifica, quanto più testarda nell’escludere arbitrariamente enti psichici che pur si manifestano con la stessa evidenza della materia, hanno attribuito a questa possibilità non riproducibili sperimentalmente credendo ciecamente in un assurdo, dall’altra parte la concezione è stata favorita dall’ingenua credenza che le sensazioni avessero esistenza reale nel mondo fisico, mentre invece, come noi abbiamo dimostrato, esse sono dei  fantasmi, delle apparenze che non trovano riscontro che nella psiche, quali rivelazioni delle accelerazioni di masse nel mondo fisico”. 

I corpi esistenziale dell’essere attraverso la visione della PsicoBioFisica.

Non esistono i corpi esistenziali dell’essere, esiste un unico etere e tante vibrazioni dalle quali parte e si genera il “movimento” e la cui apparenza è l’organizzazione in strati che erroneamente crediamo esista! I corpi esistenziali dell’essere sono un concetto espresso per lo più in esoterismo (corpo astrale, corpo mentale, corpo della volontà, et.) per indicare cosa? Non cerco qualcosa di solido. I corpi esistenziali dell’essere non hanno forma sono solo vibrazioni, essi sono solo “apparenze” di un etere in movimento, ovvero centro mosso. La parola corpo nel nostro sistema cognitivo attuale individua un immagine di qualcosa di solido, mentre è solo di etere che si parla, che è l’unica materia esistente, proprio come dice Gurdjieff quando parla di Idrogeni. L’etere è un concetto che più si avvicina a quello che osserviamo qui.

Idrogeni a varie vibrazioni; materia astrale, materia mentale, e alla via così. Sono solo vibrazioni diverse dello stesso ed unico etere: prakriti, materia indifferenziata. I “corpi esistenziali dell’essere” è una metafora per individuare alcune tra le funzioni dell’essere di un individuo, non qualcosa di straordinario, di irraggiungibile o aleatorio, ma qualcosa di conosciuto, osservabile e che sperimentiamo continuamente e quotidianamente attraverso pensieri ed emozioni, attraverso intuizioni e pulsioni. 

La mentalità attuale o sistema cognitivo ci induce a rileggere e rielaborare la conoscenza esosterica e colorarla di qualcosa che non esiste, è questa la vera illusione che si cela dietro la promessa del raggiungimento di un qualche genere di illuminazione, maestria o realizzazione. L’unica grande realizzazione possibile ed auspicabile è “crescere”. Crescere come individui, crescere in termini di consapevelezza e responsabilità, e per farlo serve un approccio ed un sistema cognitivo diverso. Siamo nuvole di etere cariche di elettricità che emettono frequenze, un complesso apparato elettrico oscillante che si traducono in campi elettromagnetici a bassa frequenza che si propagano nell’ambiente. La malattia, come viene comunemente chiamata, non è nel corpo, ma nello schema comportamentale o nella mente dell’individuo, che si manifesta come “apparenza” nel corpo stesso che altro non è che ancora etere in movimento.
Se l’individuo cresce non c’è più la malattia, il problema è la soluzione. Affrontare e risolvere le avversità della vita ci fa crescere, è doloroso e costa profondi turbamenti, costa fare bilanci e mettersi in discussione, un processo che passa da un uso più coerente ed utile di quella facoltà chiamata “intelligenza” o “intelletto”. L’uomo cresce se capisce, non basta l’applicazione di un metodo, o l’assunzione di informazioni, è un travaglio interiore incessante, se scegliamo finalmente di uscire dalla nostra sfera di confort che ci fa evitare gli ostacoli. Non possiamo scivolare liscio, perchè senza difficoltà non c’è crescita. L’importe sono le fasi. Momenti di riposo, di rigenerazione, e momenti di azione, di attività. Abbiamo bisogno di superare il mare di credenze che ci sono state passate e che sono andate a colorare la realtà delle nostre impressioni. 
Dio non è qualcosa di sconosciuto o inconoscibile. Lo vediamo ma non sappiamo di vederlo perchè non sappiamo cosa sia ed a cosa serva, proprio come fa un animale quando è in presenza di un qualsiasi oggetto di uso comune per l’uomo. La scienza misura l’universo, ma ignora a cosa serva. Una tazzina è una tazzina solo nel momento in cui capisco a cosa serve e come usarla, diversamente è solo materia, etere in movimento la cui apparenza è la forma solida che osserviamo. La strada per capire veramente cosa siamo è ancora lunga da essere percorsa perchè siamo stati infarciti di belle parola sulla natura di Dio e la sua relazione con l’uomo, sul risveglio della coscienza, l’alchimia, l’esoterismo e molto altro. Una autentica rivoluzione si basa su un “pensiero” rivoluzionario, quello che allo stato attuale è a mio avviso la PsicoBioFisica di Todeschini e la sua teria delle apparenza. Ci permette di fare tabula rasa delle credenze ed illusione che un trentennio di scemenze newagiane e pratiche orientali di cui non ne abbiamo capito la ragione hanno prodotto, alterando mostrusamente le capacità cognitive ed intellettuale degli individui che si sono avvicinati a queste informazioni. 
A causa della sostanziale non conoscenza di certi meccanismi da parte coloro che ne parlano ci ritroviamo un esercito di esaltati, fanatici alla stregue delle religioni che essi stessi deplorano e criticano. L’approssimazione nell’approcciare la conoscenza scientifica, penso a chi usa concetti di fisica quantistica per giustificare cose come la legge dell’attrazione, la risonanza o altre cose simili, è evidente all’occhio attento del ricercatore che non può che classificare tutto come un mucchio di superstizioni. E’ importante riportare tutto ad una dimensione più vicina, dove l’uomo e lo studio di se sia centrale, cercare alla nostra misura cosa i saggi antichi cercavano veramente di dirci senza alimentare fantasiose visioni sulla natura intima dell’individuo. L’uomo è un essere pensante in grado di provare sentimenti quali l’amore, l’abnegazione, la passione, ma anche inferni emozionali quali la paura, la collera, l’invidia e molto altro. Il sentimento più incredibile dell’uomo è lo spirito di sacrificio, non inteso come trovereste in qualsiasi testo di sinonimi – rinunciare, abbandonare, spogliarsi, sprecare, umiliare, offrire, dare – fine a se stesso, ma inteso come la capacità di mettersi al posto dell’altro, come il capire di mettere da parte i propri bisogni egoistici e personali per operare per il miglioramento della condizione di altri. E’ di una visione di cui parlo, qualcosa che si manifesta spontaneamente ed inaspettatamente nei momenti di criticità della vita collettiva. Lo spirito di sacrificio come solidarietà, come comunanza di intenti, come responsabilità. Qualcosa di cui l’uomo è dotato, che spesso ignora fino a quando non si manifesta e che gli eroi di sempre ci hanno ricordato e ci ricordano con i loro gesti straordinari.