Della libertà e dell’arroganza intellettuale.

Ci sono persone che hanno fame e sete di verità. Se esaminano i problemi della vita e sono sinceri con se stessi, presto si convinceranno che non è possibile vivere come hanno vissuto ed essere ciò che sono stati fino adesso; che la via d’uscita da questa situazione è necessaria e che l’uomo può sviluppare le sue capacità nascoste e i suoi poteri solo attraverso la pulizia della sua macchina dalla sporcizia che si è appiccicata nel corso della vita.

Ma per poter intraprendere questa pulizia in un modo razionale, deve vedere cosa deve essere pulito, dove e come; ma vedere questo per se stesso è quasi impossibile. Per poter vedere qualcosa egli deve guardare dal di fuori; e per questo è necessario aiuto reciproco. ( G. I. Gurdjieff)

Questo aiuto è la realizzazione di un “gruppo” di lavoro. Lavorare in “gruppo” ci mette nelle condizioni di far emergere quello che non possiamo vedere da soli. Il gruppo, però, arriva in seconda istanza, infatti, prima c’è l’approccio alle idee e le lezioni frontali, o “raccolto”.

Attività preliminare (che può durare anche molto tempo) utile non solo a trasferire il “metodo” o le “idee” e fare un primo lavoro rieducativo, ma anche a raccogliere le persone che faranno parte del gruppo operativo che mano a mano si andrà formando (la durata dipende da quello), anche se loro ancora non lo sanno.

Dopo un po’ l’insegnamento attraverso le lezioni frontali, infatti, non basta più, serve, una volta radunato un congruo numero di individui, creare circostanze affinché un ulteriore lavoro sia possibile. Questa opportunità si produce da se grazie alle lezioni, lezioni che hanno depositato, in coloro che hanno dimostrato “assiduità” ed un certo “interesse”, quei dati o informazioni utili a sbloccato qualcosa di indefinito, ma sufficiente a farli muovere verso un “lavoro pratico”. Diciamo che per lo più i soggetti si fanno un idea di cosa sia questo lavoro ed infatti quando ci si trovano davanti lo fuggono, senza nemmeno riconoscerlo. D’altronde quello che fino a quel momento avevano associato al concetto di “lavoro pratico” era stato fare alcuni esercizi preliminari, coltivare presenza, o l’osservazione di sé nelle dinamiche quotidiane (ambiente incontrollato), cosa che essendo lasciata alla personale indulgenza ha finito per lo più per convincere i molti di stare facendo dei passi in avanti nella pulizia di sé, senza accorgersi che era di una “preparazione” preliminare che si trattava e non molto altro.

Il “lavoro pratico” di per se non produce niente di sostanziale, tolte piccole variazioni del carattere di una persona, lo spinge ad un atteggiamento o approccio alle cose diverso, e fino ad indurlo a pensare di stare facendo qualcosa di importante, ma di fondo il “lavoro pratico” non potrà produrre quei cambiamenti sostanziali che si prefigge un insegnamento, è funzionale solo a tenere un individuo focalizzato nella domanda esistenziale, se non si rinnova la domanda, il lavoro perde anche di questa qualità e possibilità. Il “lavoro pratico” pertanto altro non è che un espediente, una scusa per tenere gli individui o soggetti focalizzati sulle domande più importante: “chi sono? Cosa ci faccio qui? Cosa sono?”

Sono queste domande se mantenuto al lungo nel tempo le uniche in grado di produrre il cambiamento “autentico”, quel cambiamento auspicabile nella direzione dello sviluppo di una coscienza più elevata o maggior consapevolezza, il “lavoro pratico” di per se non può produrre nulla che un momentaneo aggiustamento e piccole variazione, i cambiamenti sostanziali arrivano solo se si è in grado di permanere il più possibile nello “stato di domanda”, unico in grado di smuovere l’essere, l’individuo verso la conoscenza di qualcos’altro di sconosciuto. Premesso tutto questo resta il fatto che senza un “lavoro” di qualche tipo l’attenzione scema, e non si produce molto. Il lavoro su di sé è propedeutico e funzionale a tenerci in un preciso stato di allerta, è una scusa per farci far qualcosa, serve per tenerci focalizzati.

L’autentico “lavoro pratico” in realtà si produce in “ambiente controllato” quando emerge la “sporcizia che si è appiccicata nel corso della vita”. Un “lavoro pratico” in “ambiente controllato” significa un situazioni di “gruppo” dove ogni individuo per lo più in modo del tutto inconsapevole inizia, dato che si sente al sicuro dal giudizio altrui, a dare espressione al peggio di sé. Un “ambiente controllato” non è necessariamente un luogo specifico, ma sicuramente un momento od una situazione, meglio se durante una “lezione”, che funge da simulatore dove stimolare e permettere che emerga spontaneamente la “sporcizia” di cui sopra e che è necessario ripulire. Il problema è che di solito quando questa sporcizia, che si traduce in una reazione emotiva, emerge e la si esprime nel gruppo i membri sembrano non rendersi conto che è quello il “demone” da sciogliere ed è quello il momento in cui mettere in atto o fare il “lavoro pratico” che credono di dover fare altrove o quando ne hanno voglia.

Diciamo che si tratta di una fase iniziale ed anche questa preliminare, chi conduce il lavoro stimola nella direzione del lavoro, ricordando i fondamenti e le “idee” su cui lavorare. Indipendentemente dal fatto che il “lavoro pratico” viene inteso e messo in atto dopo qualche tempo iniziano o inizieranno a manifestarsi tra i partecipanti o membri alcune intemperanze o attriti che, pur essendo un evidente segnale che sono pronti ad altro, devono essere rimosse se si vuole procedere ulteriormente e trasformare quella classe o “branco” in un “gruppo” autentico. Questa cosa si produce a causa o grazie alla frequentazione e il coinvolgimento del gruppo in iniziative progressivamente sempre più al di fuori dei convenzionali e previsti momenti di lavoro nella scuola o lezioni o lavori.

Tra le intemperanze o “sporcizia” o attriti che emergono ci sono:

• le recriminazioni che sorgono tra membri del gruppo,
• il rancore che si sviluppa tra loro a causa dei necessari “attriti”,
• il giudizio gratuito (soprattutto) sull’operato degli altri e
• il pettegolezzo e la maldicenza.

Tutte queste espressione di fondo hanno unico denominatore comune ovvero l’“arroganza intellettuale”. Si tratta di un problema (assolutamente propedeutico e funzionale, il problema è la soluzione) che emerge, a gradi diversi nei vari membri e in particolari condizioni prodotte, come conseguenza del buon risultato di un “lavoro” fatto. Ed è qualcosa di necessario, cioè deve necessariamente ad un certo punto accadere, ed accade, proprio a causa del fatto che il lavoro prodotto ha fatto emergere la sporcizia.

Capita, pertanto e, come ho già detto, necessariamente, che alcuni “studenti” (uso questa parola intenzionalmente; non sono ancora membri del gruppo o lo sono a parole, ma non nei fatti, dato che si muovono ancora come un “branco”), di solito, quelli che lavorano da più tempo con le “idee”, assumano atteggiamenti di supponenza, intolleranza, recriminazioni per lo più nei confronti degli altri membri o partecipanti al gruppo, giudicando il “lavoro” che ognuno dei componenti fa o non fa, o ponendosi al di sopra degli altri, salendo in cattedra e cercando in taluni casi di sostituirsi a chi porta avanti il lavoro, cercano di fatto di prendere la direzione del “branco”. Perché dico quelli che stanno lavorando da più tempo o da un certo tempo con le “idee”? Perché quelle idee sono scese e sono state assorbite per lo più da quello che c’era in loro nel momento che le hanno incontrare, ovvero dal loro “ego” alterato, non sono, per evidenti ragioni, ancora arrivate alla “coscienza”. Credono di essere già coscienti, errore dell’intera umanità, ma non capiscono cosa gli sta realmente accadendo, perché sono così “irritati”.

Questo, ovviamente, non vale per tutti, funziona per lo più in certi precisi individui particolarmente alla ricerca di considerazione o che hanno una forte auto-idea o vanità o complessi di superiorità. Quelli con i complessi di inferiorità tenderanno a sminuirsi, o fingere di farlo (altra forma di vanità). Le persone, in quanto ego o egocentriche (non possono di fatto essere diversi dalla forma che il “sistema” gli ha dato), hanno la supponenza del sapere. Mentre nel mondo è utile solo ad alimentare le solite logiche nel “lavoro pratico” l’arroganza intellettuale è propedeutica ed assolutamente necessaria per distruggere il castello delle illusioni su se stessi o su cosa ci si crede di essere. La prima illusione di cui liberarsi è quella di essere liberi.

Se un individuo vuole realmente lavorare su se stesso e seguire l’indirizzo di una scuola esoterica/iniziatica la prima cosa che dovrà capire è che non si è più liberi, bisogna, cioè, perdere l’illusione della libertà. Questa è la ragione per cui spesso dico che non c’è nessuna “democrazia” nel lavoro che porto avanti e in questa tipo di scuola di cui sono il conduttore, questo perchè non ci può essere “libertà” se uno realmente vuole fare un lavoro. Tale rigore è necessario perchè per lo più gli “studenti” o coloro che si avvicinano a questi studi sono incapaci di ogni disciplina e dominio di sé, altrimenti non necessiterebbero di un “lavoro”.

Coloro che si ribellano a tutto questo sono per lo più “esseri lacerati e divorati da una carica di anarchismo (nell’etimo: senza principio, senza “arché”), votati a un mero “ribellismo” fine a se stesso“, le “pretese sindacali” di collettivizzare le scelte è puro arbitrio che proviene dal non aver capito assolutamente nulla del lavoro e dell’insegnamento che si sta usando per portarlo avanti questo lavoro. Sempre che lo si voglia davvero (fare questo lavoro) e sempre che si sia capito quale è lo scopo, ovvero: morire a se stessi. Diversamente vedremo persone o soggetti opinare sui metodi e gli scopi, cosa che non gli compete in quanto “studente”. Si dibatterà e ribellerà alle disposizioni ricevute, questo perchè non ha capito che il “ginnasio” al quale si sta sottoponendo va nella direzione opposta ai suoi desideri. Desideri che egli alimenta con l’illusione di essere “libero” di esprimerli. Cosa assolutamente vera e sacrosanta nel mondo ordinario o degli uomini comuni, ma assolutamente falsa in questa “scuola” o nel lavoro di “scuola” il cui indirizzo è: diventare qualcos’altro, evolversi verso Dio, morire a se stessi, al mondo ed ai propri egoistici desideri. In questo senso la sola libertà che uno studente simile avrà e potrà esprimere è quella di danneggiare il lavoro e gli altri.

L’ostinazione e la caparbietà si fondano esclusivamente sull’opposizione e questo è assolutamente sistemico e previsto dal sistema. L’ostinazione nasce dall’opposizione, la caparbietà è più o meno la stessa cosa ma più in generale. Questo genere di supponenza in taluni casi arriva anche a mettere in discussione chi conduce, ovvero la “guida”, del lavoro, pensando di poter suggerirgli cosa fare, o in certi casi, di poter fare meglio, o cose simili, cosa facilmente risolvibile se solo chi crede di poter fare meglio provasse a farlo per conto proprio, ma siccome l’interesse è prendere il controllo del “branco”, o leadership, come direbbe qualcuno, resta nel “branco” nell’attesa e nella pia illusione di prenderne il controllo. Quello che non capisce è che la scuola non sono le strutture o gli strumenti, ma chi la “conduce”. Se togli quello tutto si sgonfia, è stato detto: “io sono la scuola, la scuola sono io” – mica per niente.

Gli uomini si comportano necessariamente come animali, e non possono non farlo, e pertanto questo è quello che si vedrà in gruppo. L’abilità sta nell’applicare quelle tattiche necessarie a farli evolvere da “branco” a “gruppo” di lavoro. La “comunanza” è l’esperienza finale del lavoro fatto dal “gruppo” (di lavoro) che ha portato i sui membri a perdere ogni interesse in se stessi e nel soddisfacimento dei propri “voleri” o ottenimento di vantaggi personali. Come ho in varie occasioni detto gli esseri umani sono stati educati a sviluppare solo certe parti o funzioni, sono stati abbassati a comportarsi come animali intellettuale, per questo non conoscono cosa sia essere collaborativi nel senso stretto del termine, perché sono stati educati all’egocentrismo, alla competizione personale, e all’arrivismo. Cosa perfettamente osservabili in un “branco”. Purtroppo se per taluni tale deduzione risulta del tutto scontata per altri, che non hanno ancora eliminato l’egocentrismo, che consiste nel bisogno di considerazione, di approvazione e molto altro di simile, quest’affermazione è foriera di mal interpretazioni, non possono saperne l’autentico significato proprio perché sono ancora in pieno nell’egocentrismo.

In un lavoro di gruppo non ci sono vicissitudini e necessità personali, nel “lavoro” di istruzione c’è una sola necessità: il lavoro. In un gruppo, quando si lavora, le necessità personali devono essere messe da parte, perché il lavoro che deve essere svolto è la necessità. Le priorità o le non priorità non sono una cosa che dobbiamo esclusivamente a noi stessi, le priorità le decide il lavoro che è dato da fare e chi lo conduce, niente di personalizzabile. Ognuno poi fa le sue deduzioni e sceglie, ma le modalità restano assolutamente fuori discussione. Fermo restando che lo “studente” in quanto incapace di una volontà autentica, non è in grado di scegliere nulla in merito al “lavoro”, ovvero non è nelle condizioni di poter decidere se farlo o meno, la sua possibilità di scegliere dipende da quanto ha potuto ripulire della sporcizia o materia di cui si è caricato nel corso della vita. Può operare scelte, infatti, solo in misura degli spazi che è riuscito a conquistare sottraendosi e purificando il proprio “psichismo”.

Chi conduce il lavoro di “istruzione” conosce le necessità dell’istruzione e cosa c’è da fare, e non solo spetta a lui valutare chi fa e chi non fa, ma trae dalle sue osservazioni le giuste misure da intraprendere affinché il lavoro porti dei frutti a tutti indistintamente e si raggiungano gli scopi previsti dal lavoro di scuola. Non giudica e non si pone al di sopra, sa quello che deve essere fatto e lo fa. Non ci sono primi della classe o simpatie, c’è il gruppo e il potenziale che deve emergere.

Questo perché gli studenti dopo un po’ tendono a credere di aver capito tutto di come funziona l’insegnamento, assumono un atteggiamento di supponenza e di arroganza intellettuale, e non vedono più la rabbia, l’intolleranza, l’impazienza, la mancanza di compassione che all’atto pratico stanno manifestando. Se la loro osservazione fosse impersonale non ci sarebbero quel genere di espressioni, non ci sarebbe ovvero nessuna forma espressiva riconducibile all’emotività. La soluzione da approntare, infatti, è mettere da parte proprio il proprio emotivo, lavorandoselo ed evitando di darne espressione ammantandolo di buone ragioni, solo così costui o colei può realmente mettere in atto quello che intende a parole, ma che nella pratica non è in grado di darne dimostrazione.

Tutte le volte che in un individuo la sua emotività prende il sopravvento è un inequivocabile segno che qualcosa non sta andando per il verso giusto nel suo lavoro, è fuori controllo e non domina nulla, e le ragioni servono solo per giustificare la propria incapacità. Non sta più ragionando con la testa, ma con le viscere. Il lavoro da fare è sul proprio schema energetico (ovvero su come ci si procura energia ed attenzione) ripulendo la qualità delle proprie “osservazioni” dal giudizio, dall’importanza personale e dall’arroganza di sentirsi migliori degli altri, solo così si può essere utili alla “causa” o al “lavoro” o alla “scuola”, dato che di fatto alla fine anche se motivati da buoni propositi, esprimendo la propria emotività si finisce per emanare disprezzo ammantato di sapienza e risultare di fatto solo molto sgradevoli. Le emozioni hanno una precisa collocazione e sapore, chiunque pur percepirle, ma non tutti possono ricordarsene il significato. Se parte l’emozionale quale ragionamento autentico ci potrà mai essere? Per capirlo serve avere una visione d’insieme più ampia della singolare e personale visione, il mettere in opera le strategie adatte a portare tutti nello stesso punto è compito di chi osserva e ha questa visione, altrimenti è solo recriminazione senza alcuna utilità. La pazienza è la prima condizione per capire i cambiamenti e come guidarli, ognuno singolarmente può osservare quello che è alla sua portata.

La soluzione per uno “studente” per capire cosa sta accadendo è mettere da parte il proprio egocentrismo, ovvero lavorare intensamente a non dare espressione alle sue emozioni osservando come si muovono in lui o lei. Solo così può realmente pensare di collaborare con chi guida il “lavoro”, perché se produce quell’occhio di riguardo verso se stesso si accorge da solo di quale incredibile lavoro si sta parlando, invece di rimanere a fare sterile polemica. Questo è il significato delle linee di lavoro, si lavora per se stessi, si ottengono dei risultati applicando il “metodo”, e si diventa automaticamente utile alla “scuola”.

Solo in tempo farà maturare altro e potrà assumere anche altri ruoli, ruoli che fintanto che è dominato per il più del tempo dalla sua emotività non potrà mai realmente intraprendere.

Chi conduce misura sempre la febbre dei suoi possibili o potenziali collaboratori o successori. Come giustamente ed in modo eloquente è stato scritto: “i cavalieri della Tavola Rotonda erano 12, […] per essere cavaliere serviva un durissimo addestramento, era necessario saper andare perfettamente a cavallo, essere maestri nell’arte della spada e della lancia, esser capaci di elegante cortesia naturale, conoscere la poesia e i canti, e soprattutto esser consacrati ad un principio superiore ed esser pronti a sacrificare la propria vita all’istante, oltre a molto altro.

I Templari mica erano dei demagoghi “democratici” , i Pitagorici tantomeno : queste sono le basi elementari di pensiero per ogni formazione che vuol far “evolvere” l’umanità , il resto sono idiozie di Sistema massificanti e plebee.“.


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